Pordenone, lì mercoledi 22 novembre 2017
scrivimi
scegli l'anno di attività:

2009
2010
2011

ti trovi qui: Home PageAttività2011Evento 15


Il Piccolo 16 novembre 2011 - italiani a Trieste


   18/11/2011    09:30    Sala Costantinides - via Papa Giovanni XXIII n.1 - Trieste
   Italiani a Trieste

   Roberto Finzi, Giorgio Negrelli, Anna Millo, Anna Vinci, Diego d'Amelio, Patrick Karlsen
   Monica rebeschini, Ivan Verc


   IL PICCOLO - 16 DICEMBRE 2011

   Trieste, dove la lingua italiana era questione di buoni affari

   Domani e venerdì un convegno si interroga sull'italianità nella città giuliana dal XIX secolo
   al secondo dopoguerra, tra nazionalismo e irredentismo gli interventi Storici ed esperti
   alla Sala Costantinides tavola rotonda Un confronto su "L'identità come problema culturale"


   L'Associazione Norberto Bobbio di Pordenone e il Laboratorio democratico Bruno Pincherle
   di Trieste organizzano il convegno "Italiani a Trieste" che si terrà domani (inizio alle 16)
   e venerdì a Trieste nella Sala Costantinides del Civico Museo Sartorio. Il convegno si svolge
   nel quadro delle celebrazioni per il 150.o dell'Unità d'Italia, in collaborazione con l'Istituto regionale
   per la Storia del Movimento di Liberazione e con il sostegno della Fondazione CRTrieste.
   I lavori hanno lo scopo di approfondire il tema di che cosa abbia significato essere
   italiani a Trieste dal secolo XIX al secondo dopoguerra.

   Partecipano Roberto Finzi, dell' Università di Bologna, Giorgio Negrelli, Anna Millo, Anna Vinci,
   Diego D'Amelio, Patrick Karlsen, Monica Rebeschini,. A conclusione dei lavori, venerdì, si terrà
   una tavolta rotodna dal titolo "L'identità come problema culturale". Introduce Ivan Verc.
   Pubblichiamo uno stralcio dell'intervento di Roberto Finzi al convegno "Italiani a Trieste",
   dal titolo "Italia-Trieste: un rapporto difficile". di ROBERTO FINZI Come è del tutto ovvio, il
   tema propostomi e che, un po' avventurosamente, ho accettato di trattare troverà - per chi seguirà
   i lavori del convegno che ha appena preso avvio - solo alla fine delle nostre fatiche non dirò una
   risposta ma almeno sufficienti elementi analitici per orientarsi sull'argomento proposto dagli
   organizzatori. Per parte mia tenterò solo di prospettare alcuni spunti di riflessione, conscio
   della loro assoluta parzialità, sia nel senso dell'incompletezza sia - inevitabilmente -
   in quello dell'ottica e dunque del giudizio. La percezione di Trieste come realtà il cui
   volto è essenzialmente "italiano" è precoce, almeno del periodo giuseppino.

   Quando l'imperatore
   dispone l'uso del tedesco negli atti pubblici la Borsa triestina, l'organismo che
   raggruppa l'élite mercantile della città, si oppone. " Tutta la Popolazione di Trieste -
   obietta nel 1789 al governo - eccettuati alcuni artefici, ed alcuni Impiegati ufficianti,
   è Italiana, o posseditrice della Lingua Italiana; giacché e li Greci, e li Armeni e
   gli Ebrei la coltivarono. Codesti Negozianti Forestieri si vennero a Domiciliare in
   Trieste qual Porto Franco in età già matura […]è impossibile che[…]si diano la pena
   di apprendere questa Lingua , ed è più impossibile ancora che si addattino a trattare
   gli affari in Lingua per essi sì difficile e sconosciuta". Dall'istituzione del porto
   franco in avanti Trieste è un universo in cui sono confluite genti da diversi punti dei
   mondi italiano, mediterraneo, della Europa continentale. Vi giungono in cerca di fortuna;
   perché attratte dai lavori pubblici messi in opera dal governo; per fruire dell'immunità
   garantita a chi, pur avendo pendenze giudiziarie all'estero, non avesse commesso
   reati nei domini imperiali, per cui - scriverà nel 1785 il più notevole intellettuale
   triestino dell'epoca, Antonio De Giuliani - la città ha "una popolazione composta
   di varie Nazioni, ed in parte di banditi, di micidiarj, e bisognosi stranieri";
   per sopperire alla mancanza di marinai che caratterizza Trieste. E via dicendo.

   Dunque non stupisce che affrontando la storia di Trieste sia stato scritto:
   "si parlerà non di una sola Trieste, ma di tante e diverse Trieste".
   Che scelgono la lingua italiana - meglio una variante della variante veneta
   dell'italiano - per motivi essenzialmente storico-economici, vale a dire materiali.
   Intanto flussi migratori di notevole entità da terre italofone - vicine e meno
   vicine - indotti da occasioni di lavoro e dalla prospettiva di lucrose imprese
   commerciali, ma indubbiamente facilitati dalla circostanza di volgersi verso una
   città - quella dei "triestini originarj" - d'area linguistica neolatina.

   Poi il fatto che l'italiano - specie nella variante veneta - ben "si sposava"
   con la "lingua franca"(erroneamente identificata tout court col veneto),
   strumento con il quale si poteva comunicare nei porti del Levante e in genere
   del Mediterraneo ma anche bagaglio linguistico di cui erano forniti gli
   immigranti da terre non italofone, che favoriva e la comunicazione iniziale
   e poi un compiuto apprendimento dell'italiano. Una lingua, quest'ultima,
   a sua volta, spendibile con certa facilità non solo sulle sponde italiana
   e slavo-veneta dell'Adriatico ma pure in un Mediterraneo la cui parte
   occidentale lambisce per larga parte terre abitate da popoli neolatini.

   Il documento della borsa del 1789 cui ci si è più sopra riferiti vi allude.
   In duplice modo: laddove sostiene che i mercanti greci, ebrei e armeni
   che approdano per affari a Trieste "sono istruiti per ragione del loro
   commercio nella lingua italiana; laddove, ancora, sottolinea la
   "origine commune" di italiano, francese e spagnolo in contrapposizione
   al tedesco che con le lingue neolatine non ha "alcuna analogia".

   Infine, il ruolo internazionale, ancora nel Settecento, dell'italiano
   come lingua culturale e, nella variante veneta, il suo essere strumento
   di comunicazione di una realtà economico-statuale, certo decaduta,
   ma ancora per molti, specie nel Centro e nell'Est del continente,
   attrattiva permetteva al ceto mercantile italoparlante di entrare
   in comunicazione con una parte non irrilevante dell'aristocrazia
   imperiale e mitteleuropea. A metà Settecento nello stesso centro
   dell'impero - è stato scritto - "l'élite aristocratica viennese
   parlava italiano e francese e scriveva un tedesco imbastardito
   dall'inclusione di termini stranieri".

   Né va, ovviamente, dimenticato, come ricorda Elio Apih,
   il "continuo commercio con l'Italia", i notevoli e costanti
   flussi mercantili da e verso la penisola incoraggiati anche
   dal "germanizzatore" Giuseppe II. Non c'è - né poteva esserci
   - alcun richiamo al passato, a tradizioni.

   La forza di Trieste - "la Filadelfia d'Europa" meta dei "pionieri
   del nostro vecchio continente" scriveva, al sorgere del secolo XIX,
   al fratello un nobile francese, fattosi mercante e stabilitosi
   nella città di San Giusto - rispetto a Venezia, sostiene nel
   1857 Karl Marx sulla "New York Daily Tribune", sta nell'"essere
   come gli Stati Uniti" e cioè di "non possedere passato alcuno:
   Fondata da una società composta e formata da operatori economici
   e da speculatori di diversa estrazione […]Trieste non era gravata
   da tradizioni La prosperità di Trieste non conosce confini, tranne
   quello di dipendere dallo sviluppo delle categorie produttive e, per
   i mezzi di trasporto, dal potente sistema che governa i paesi che si
   trovano oggi sotto il dominio austriaco". (...) Prodotta da corpose
   cause materiali la opzione dell'italiano ha nel tempo decisivi
   effetti identitari ma non determina conseguenze politiche in senso -
   se così posso esprimermi - "risorgimentale" che col tempo e in un tempo non breve.